IMG_0546

Street of Mugello

7 min di lettura

Avvertenza/1 Nel paddock del GP d’Italia abbiamo inviato uno dei più grandi talenti della street photography italiana. Avvertenza/2 Le immagini e le parole che potete vedere e leggere in queste pagine sono state scattate e scritte con un iPhone 6. Ma invece di finire su Instagram li postiamo qui. Quindi non fate caso a mancanza di virgole, accenti sbagliati, refusi vari, filtri usati. Qui è tuuuutto pubblicato come se fosse appena uscito dal telefonino.

File e file simmetriche di gente vestita tecnica, blu elettrico accanto al giallo da evidenziatore, cosce di donna, bianco e rosso e nomi nomi nomi di sponsor ovunque. Oh sì, è tuuuutto legale. Come fossero firme dei grandi brand della moda o padiglioni dell’Expo i grandi tir-camper delle Case motociclistiche ronfano parcheggiati immobili sul asfalto rovente come future sfingi di ferro firmate Ducati, Yamaha, etc. Ombrelline disseminate a disseminare il panico, bambini in passeggino cappottati nel sole sfrecciano all’altezza dei loro culi con indifferenza, ignari che tra qualche anno cercheranno gli stessi culi con un olfatto da segugio di tartufi. Facciamoci una foto assieme, mi dai il numero? Le fermano tutte, dai Carabinieri ai nonni. Ce ne sono due vestite con una fantasia da pelle di mucca con quattro bombe enormi, la cerniera aperta fino al punto in cui scoppiano su ci spicca la scritta: Drink IT. Un tizio ben piazzato in infradito e riga del culo che guizza fuori dai pantaloni alza le braccia al cielo a scoprire un tatuaggio che rivendica: Vado al massimo. Se ci fosse l’alcol legale e il privé potremmo proclamare lo stato libero della fregna, l’Amsterdam degli intrippati della velocità. Salsiccia bruciata, sigaretta pneumatico e profumi da donna. Ecco la composizione alchenica dell’area nel paddock, l’elisir di Mugello. Sullo sfondo una inutile campagna Toscana da sindrome di Stendhal. Bella sì, ma diciamoci la verità, un tantino inadeguata a ospitare questo fiume di persone che arrivano per la grande gara e poi formano l’ingorgo più grande del mondo andandosene. Nonostante questo circuito sia stato premiato come il migliore al mondo, sembra lo stesso un formicaio aperto in un prato di giganti.

 

FIE LETALI E SUPEROMINI Abituati a vederlo in televisione il Motomondiale, c’è da rimanerne stregati una volta vicini alla pista. Il paddock brulica di appassionati in cerca di autografi, tecnici, cinesi, Vip, amici di amici di amici, imbucati vari. C’è Keanu Reeves che dispensa foto con i fan, tutti vogliono un ricordo con Neo, chissà quanto gli pesa. Alcune ombrelline che sono visibilmente delle escort, me lo ha detto un giornalista che è arrivato in elicottero, si offrono volontarie dopo gara come premio ai piloti. Iannone oggi ha fatto 361 all’ora sul rettilineo. Uno normale mica ce la farebbe. Ma questi non sono uomini normali, te ne accorgi quando li vedi camminare inglobati in quelle tute rigide, o quando capisci i movimenti che fanno a duecento allora su curve in salita e discesa, guardandoli da lontano come fossero biglie in una pista di sabbia. Li puoi accomunare solo ai bambini i piloti, perché come i bambini conservano uno sguardo capace di concentrarsi solo su ciò che tocca le loro corde.

Entriamo nel circuito parco giochi a sudare ed esultare per i culi e i sorpassi e usciamo mezza giornata da una vita dove è più facile fare prima-seconda-freno, prima che 360 all’ora

SAN VALENTINO Davanti al track di Valentino c’è una coda continua dalle 9 del mattino. Una processione più che una coda, un rito in cui tutti vengono a dimostrare un voto di amore incondizionato. La folla esplode in urla di gioia quando dagli altoparlanti esce il suo nome, o quando lui arriva sullo scooter con la sua ragazza alle spalle. Le leggende sul suo conto viaggiano tramandate da una bocca all’altra in una catena umana orale degna delle imprese di un eroe. Valentino è una macchina, Valentino è concentratissimo, Valentino vuole vincere, il tizio che lavora con lui da 12 anni dice che non l’ha mai visto così. Magari sono tutte caxzate, c’è pieno di tizi che a starli a sentire sono i suoi migliori amici ma che lui magari manco conosce. Lui sembra un robot col sorriso, firma autografi, si fa toccare come un santo, si concede. Attorno a lui una macchina di decine di persone funziona perfettamente. Uno gli lava la tuta uno gli porta il motorino uno gli evita le grane, tutto ruota attorno a lui e tutti lo proteggono.

PENSIERI INCONSCI Il caldo aumenta di ora in ora assieme alla tensione, tolti i grandi nomi della moto gp i piloti delle altre categorie sembrano di un’altra casta. Ne osservo uno che va via da solo col trolley e una tuta sulle spalle tutta sporca, magari dopo una caduta, e provo una sorta di empatia. Mi viene in mente quella frase di un film di Giannini: «L’hanno lasciato solo in mezzo all’estero, come tutti del resto». Pensavo che si sentisse più palpabile la paura assieme al rumore di questi bolidi urlanti. Pensavo che la morte fosse un po’ più presente sotto forma di minaccia innominabile, di bestemmia suprema e pensiero inconscio collettivo. Invece niente, non ce ne è traccia. Anzi sembra una festa di paese, per questo i più a loro agio sono i bambini e subito dopo i piloti che a loro volta ancora possiamo accomunarli ai bambini. E tutti noi a bocca aperta regrediamo a uno stato di infanzia di fronte allo stupore della corsa, della vittoria, del sorpasso. C’è cosa più basilare di una gara a chi va più veloce? Perché alla fine è solo questo ed è per lo stesso motivo che ci innamoriamo dei piloti, delle loro storie, del loro coraggio, perché entriamo nel circuito parco giochi a sudare ed esultare per i culi e i sorpassi e usciamo mezza giornata da una vita dove è più facile fare prima-seconda-freno, prima che 360 all’ora.

COWBOY DELLA DOMENICA Paolo Beltramo lo ritrovi sui navigli milanesi alticcio la sera, ora non fa più l’inviato ma viene qui lo stesso perché qui c’ha la famiglia, il suo buono di diritto per festeggiare il giorno della gara. Fa parte di tutto questo trip collettivo, la gente vuole la foto con lui. Mi ricordo che trattenni a stento le lacrime la mattina che dalla Malesia piangendo dette l’annuncio della morte di Sic. Anche io mi sento legato a lui pure se non lo conosco. C’è anche Sic col suo 58 che spicca sulla tribuna dell’ultima curva e su tante magliette e bandiere. Tutti sembrano aiutarsi, vige un tacito consenso a un codice di comportamento da cowboy, io non fotto te tu non fotti me. Qui non siamo al calcio dove ti rompi i legamenti, qui siamo in un posto dove se fai una cazxata salti per aria. C’è un senso di normalità dovuto al realismo. Per questo i tifosi anche di fronte ai loro miti mantengono un livello di contegno decente. C’è come la consapevolezza che tutto finirà in poche ore e poi ciao all’anno prossimo. Come era una volta la festa dell’Unità, il concerto di Springsteen, la finale di coppa, il giro d’Italia. È un grande spettacolo rombante dove uomini neanche troppo muscolosi fanno numeri a velocità folli. Una volta nella vita dovremmo tutti metterci piede, sotto la protezione di San Colombano patrono dei centauri, che andava su e giù per l’Europa mille anni a fa a diffondere il verbo, un eremita sociale, una contraddizione di presobenismo. Come tutta questa giostra folle che va troppo forte per essere fermata.

Rimani aggiornato sui
nuovi articoli di questa categoria
Segui Reportage
X

Segui Reportage

E-mail : *