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Perché ogni marca di moto ha un suo colore?

Rosso? Ducati (ma non solo). Giallo? Suzuki (ma non solo). Verde? Kawasaki. Quando, come e perché le marche si sono legate a un colore

Le prime moto della storia erano tutte invariabilmente nere, una tinta che era già stata adoperata per dipingere le carrozze, le locomotive a vapore e le biciclette. Il colore arriverà poco alla volta, passando dal nero all’argento, al blu e al verde scuri. E poi alle prime tinte accese, fra i quali spiccherà il rosso, già usato nei primi anni del Novecento. Un percorso che non ha seguito una logica precisa fino a quando ci si è posti il problema di riconoscere facilmente i mezzi che partecipavano alle corse. Non tanto pensando al pubblico, ma soprattutto per facilitare il lavoro dei cronometristi, dei segnalatori, di chi stava ai box e alla direzione gara.

Mv Agusta, Ducati
Il rosso è il colore della moto italiana. Il colore della passione e della sportività, non solo alla nostra latitudine. Il rosso è stato il primo colore vivace a farsi largo fra le moto: era rossa la prima Indian del 1901 (il rosso fu assegnato alle auto da corsa americane prima che a quelle italiane) anche se sono state le Case del nostro Paese ad adoperarlo in modo massivo e in anticipo sulle altre. È stato fondamentale l’esempio arrivato dalle auto da corsa, prima ancora che la Ferrari nascesse, nel determinare il colore delle Guzzi da competizione (e di serie), ma anche di Garelli, Gilera, Morini. Nel Dopoguerra tutte le marche italiane vendevano moto verniciate di rosso, comprese le ultime arrivate come Rumi o Motom. Nelle competizioni è stata MV Agusta a rafforzare definitivamente l’immagine sportiva italiana, con le sue moto rosse e argento a dominare la scena internazionale. È stato così che le successive Cagiva (guarda caso rosse e argento) e soprattutto Ducati (che ha usato il tricolore nazionale dal 77 e fino alla superbike 851 del 1987) hanno proseguito nella promozione del rosso come colore dell’italianità sportiva. Al pari della Ferrari fra le quattro ruote. Ducati ha da alcuni anni scelto la strada delle tinte unite e prive di elementi grafici, privilegiando naturalmente il rosso: un elemento ulteriore di distinzione.

Suzuki, Ducati.
Il giallo è un colore acceso, per molti fastidioso, per altri un richiamo inevitabile all’attenzione. Per tutti colore che seguono la MotoGP, invece, è quello preferito da Valentino Rossi. Nelle moto è anche questo un colore trasversale, che tutti i costruttori hanno adoperato soprattutto dalla metà degli anni Sessanta in avanti. In precedenza lo avevano usato in molti, ma in maniera sporadica. In Italia la Ducati ha scelto il giallo per la sua Scrambler più famosa, ce ne fu una anche in blu, e poi per le 350 e 750 stradali. A Borgo Panigale hanno continuato a usare il giallo anche molto dopo, per la serie 750-900 Supersport, per 916, 999, 848, la 1199 Panigale, fino all’ultima Scrambler. Tuttavia è Suzuki la marca che si è legata fortemente al giallo. Di quel colore fu una Titan 500 di metà anni Sessanta, ma è stato con il cross che il giallo è diventato una costante Suzuki. A partire dalla 400 Mondiale nel 1970 con Roger DeCoster. Il giallo è poi finito sulle enduro stradali, sulle DR Big della Paris-Dakar e sulle 1000 e 500 da pista. A volte ritorna sui modelli stradali, ma è sulle cross RM che il giallo resta sinonimo di Suzuki.

Yamaha
Il blu contraddistingue tutte le Yamaha da corsa, in tutte le competizioni del mondo. E in race-blue sono colorate le super sportive e le cross di serie della Casa giapponese. Ma non è sempre stato così. Le prime moto da gara messe in pista da Yamaha erano infatti bianche e rosse, colore che era ed è quello aziendale e che riprende i colori della bandiera nipponica. La variante giallo-nera è stata introdotta nelle corse dalla Yamaha Usa durante gli anni Settanta, mentre il blu si deve originariamente alla Sonauto. Cioè la società che per prima importò le Yamaha in Francia. Il blu delle maglie degli sportivi, quelle delle nazionali transalpine, c’entra fino a un certo punto. Le Yamaha che Jean Claude Olivier schierò nel Motomondiale e nell’Endurance dalla seconda metà degli anni Settanta (e anche alla Paris-Dakar del 79) erano in blu-azzurro-bianco a ricordare il produttore di tabacco Gauloises che le sponsorizzava. Nel 1981, il prototipo dell’allora XT550 Ténéré venne dipinto di blu, quando arrivò in produzione la prima versione 600, in Francia ottennero quel colore come alternativa al classico bianco-rosso. In blu furono poi le moto ufficiali della Paris-Dakar, le 250 e 500 GP di Sarron e compagnia, oltre che le moto da durata. La colorazione blu rimase anche quando la Gauloises sparì dalle carenature e divenne un blu più scuro negli Stati Uniti per il fiorente mercato del Cross, oltre che delle sportive. Il resto, il race-blue Yamaha, è storia recente che prosegue fino ai nostri giorni.

Kawasaki, Triumph, Norton
Verde ovvero Kawasaki. La marca giapponese ne ha fatto una bandiera con la sua tonalità verde lime: una tinta composta per il 90 per cento di giallo e per il 10 per cento di blu che nel tempo ha visto piccole varianti, fino ad arrivare a una tonalità più brillante e scura. Il verde è stato utilizzato spesso in passato: la prima Guzzi, la Normale del 1921, era verde e dello stesso colore sono state molte delle sue moto da corsa. Compresa la otto cilindri 500 del 1957. Verdi erano anche le Benelli da corsa degli anni Sessanta (poi furono nere) e le milanesi Paton, tanto per restare in Italia. E in verde ci sono state alcune H-D e ovviamente le inglesi come Triumph, Norton, Sumbeam, Royal Enfield. Tornando alle verdone Kawasaki, la prima moto da corsa in verde (e bianco) è stata la 250 A7RS del 1968, derivata dalla A1R che era invece rossa. E in verde lime furono le KR 250 e 350 vincenti nel Mondiale dal 1978 al 1982, le 1000 vincenti nell’Endurance nell’82, le Superbike AMA campioni con Lawson e soci, e infine le SBK dei Mondiali con Scott Russell e Tom Sykes. Alla faccia della scaramanzia di chi si era rifiutato di usare il verde in gara dopo la fine della scuola inglese.

Ktm, Laverda, Aprilia
Un po’ come è accaduto per il giallo, l’arancione è stato un colore solare che ha iniziato a diffondersi alla fine degli anni Sessanta. Colorati di arancione giravano in Italia le Ducati Scrambler e l’Innocenti Lui, quello disegnato da Nuccio Bertone. Ma è stata Laverda ad adottarlo dalla fine degli anni Settanta: famosa ancora oggi è la serie 750 SFC. Nella scelta di questo colore pare che un’influenza l’abbiano avute le macchine agricole costruite dalla stessa Laverda, che aveva 75 anni di attività quando nel 49 nacque la fabbrica di moto. Vero o no, sta di fatto che le moto da corsa Laverda sono state tutte arancioni, compresa la V6 1000 da Endurance, l’enduro Laverda-Husqvarna 250 e il concept SFC 1000 presentato da Aprilia, che rilevò la marca di Breganze, nel 2002. Il rosso, il blu e il bianco sono stati i colori delle KTM dal periodo d’oro della Regolarità alla fine degli anni Ottanta, poi si è fatto strada l’arancione. Da principio assieme al bianco o all’argento, e dal 98 solo con l’argento è diventato il colore delle moto di Mattighofen. Un modo per distinguersi immediatamente dalle fuoristrada giapponesi. L’arancione è rimasto come colore di riferimento anche quando si è trattato di passare alle sportive stradali, vedi la RC8 del 2008, e di debuttare nel Mondiale GP. In vendita ci sono anche KTM bianche o argento, ma le vere K sono arancioni.

Bmw, Honda, Ducati
Sono rare le moto bianche del passato. Harley è stata una delle prima Case ad apprezzare il bianco già nei primissimi anni Quaranta, perché generalmente il bianco veniva abbinato ad altri colori come seconda tinta, riprendendo una tendenza usata nelle automobili americane degli anni Trenta. Negli anni Cinquanta il bianco venne spesso adoperato assieme al rosso, poi solo per alcuni modelli sporadici come Norton Commando nel 69, oppure avvicinato al rosso o al blu nel caso di alcune Yamaha e Suzuki a cavallo fra Settanta e Ottanta. Una delle prime marche a credere nel bianco, fino a quel momento usato in tanti Paesi per le moto delle forze di polizia, è stata la BMW. Dopo averlo applicato ad alcuni esemplari del Dopoguerra, il bianco alpino è arrivato con la R 80 GS del 1980. Nel 1986 la Honda ha definitivamente sdoganato il bianco con la prima VFR 750, che aveva anche i cerchi di quel colore. Pochi anni fa questo colore ha conosciuto una grande diffusione, grazie anche all’influenza dei prodotti Apple, fino a vedere nelle concessionarie persino una Ducati 1199 Panigale bianca.

Bmw, Triumph, Harley Davidson, Aprilia
La Hildebrand & Wolfmuller del 1894. Poi Millet, Harley-Davidson, Brough Superior, Vincent, Triumph e tantissime altre usavano il nero. Un colore che viene riconosciuto come elegante ma anche aggressivo, tanto che in nero sono colorate moto di ogni genere: dalla classica alla super sportiva, dalla custom alla streetfighter. È un colore che non si può legare a una marca in particolare, tutte lo hanno utilizzato e continuano a utilizzarlo. Se però dobbiamo trovarne una, allora pensiamo a BMW. Nera era la sua prima moto del 1923, la R32, e poi innumerevoli altre (impreziosite di filetti bianchi stesi a mano) sono arrivate fino agli anni Settanta. E nera è pure la R nineT arrivata di recente. Non è un caso se in campo moto chi ne ha fatto un ampio uso e continua a farlo è la Harley-Davidson. Dato per scontato che il suo colore ufficiale è il nero-arancione, lo stesso del logo e che si ritrova sulle sue moto da corsa a cominciare dagli anni Settanta ivi compresa la 250 di Pasolini, ogni possibile abbinamento cromatico è stato provato sulle H-D in vendita: le custom più dotate della concorrenza ne hanno imitato anche quella caratteristica. Aprilia invece è stata definita da alcuni come La fabbrica del colore perché, a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, per farsi largo tra la forte concorrenza sfruttò molto le inedite colorazioni pastello e gli accostamenti tono su tono.

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